Chi si occupa di formazione e mercato del lavoro ha imparato quanto sia difficile gestire la relazione tra domanda e offerta di lavoro, in relazione alla programmazione dei percorsi di qualificazione e alla preparazione delle persone con le competenze necessarie “di domani”. Negli ultimi venti anni almeno abbiamo assistito periodicamente a previsioni che dovevano orientare le scelte formative e i programmi di istruzione e formazione per garantire il migliore matching tra domanda e offerta. In quasi tutti i casi abbiamo visto come sia difficile orientarsi in uno scenario così veloce e complesso. E oggi come siamo messi?

Un articolo del Corriere di qualche giorno fa a firma Paolo Pica, riprende questo modello di analisi, a partire dalle dichiarazioni di Donato Iacovone, AD di EY. Si tratta di un quadro molto interessante: la prospettiva del mercato del lavoro dei prossimi anni (breve e medio periodo) non è rosea. Il fabbisogno di occupazione non è significativa sul piano dei numeri, si parla di 2,5 milioni di posti di lavoro nei prossimi cinque anni. E’ un dato buono o no? Non sembra essere così positivo se si considera la dinamica demografica dell’Italia (quindi una buona parte dei nuovi posti di lavoro sono rappresentati dalle tante persone che andranno in pensione) e la composizione qualitativa in termini di competenze richieste. In linea con le previsioni già acquisite, molti nuovi posti di lavoro riguardano i servizi alla persona, il turismo e altre professionalità legate al mercato dei diplomati (addetti e tecnici). Si tratterà di una quota importante, grande quanto quella riservata ai laureati che, invece, fanno riferimento a nuove competenze e profili, su cui il sistema universitario non è ancora aggiornato.

In sintesi, lo scenario (per quanto dinamico e provvisorio) è quello di un mercato con non troppe opportunità, in cui gli spazi sono ristretti dall’automazione (a tutti i livelli) e in cui si delineano due aree: quella delle professioni con non elevata specializzazione, probabilmente legate a maggiore flessibilità e precarietà, e quella ad alta specializzazione, legata alle nuove competenze di e-leadership e alta specializzazione (per dirla secondo le tassonomie definite da AgID), con una difficoltà nella individuazione e formazione di tali figure.

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